I tartufi in montagna

Tutti pensiamo che i tartufi li possiamo trovare solamente in pianura oppure in collina. 

Ma in montagna possono crescere i tartufi?

E se sì, sino a quale altitudine?

Premettiamo che si definisce per montagna un rilievo (o un insieme di rilievi) la cui altezza supera i 600 metri.

A sua volta la montagna si divide in:

·       Bassa montagna (orientativamente sino ai 1.000 metri);

·       Media montagna (fino ai 1.800 e 2.000 metri);

·       Alta montagna (oltre i 2.000 metri).

In Italia si è riscontrato che il limite massimo di sviluppo dei tartufi (ed in genere di tutti i funghi ipogei) si trova intorno tra i 1.600 e i 1.800 metri di quota, dove potremo trovare per esempio il Tuber brumale e il T. aestivum f. uncinatum mentre poco più in basso in estate troveremo anche lo scorzone (T. aestivum).

Fermo restando che, oltre la stagione di ricerca, anche il clima rappresenta un limite dello sviluppo dei carpofori (o meglio “sporofori”) ipogei, pubblichiamo una tabella esemplificativa che riporta, in linea generale, le altitudini max. alle quali, in Italia, possiamo ritrovare le principali specie (quelle ammesse dalla nostra legge nazionale) appartenenti al Genere Tuber.


PERSONAGGI FAMOSI MORTI AVVELENATI DOPO AVER MANGIATO FUNGHI 

Nel corso della storia, diversi personaggi hanno subito un avvelenamento casuale o meno dopo aver ingerito funghi tossici. Il principale fungo utilizzato in questi casi è l’Amanita phalloides: conosciuta fin dai tempi antichi, venne probabilmente adoperata in diverse occasioni per eliminare personaggi importanti e scomodi.

1)     L'imperatore romano Claudio.

Il 'divo Claudio', salito al trono a cinquant'anni suonati, muore nell'ottobre del 54 d.C., dopo aver mangiato - secondo la tradizione - dei funghi avvelenati. Le testimonianze storiche dicono che Claudio spirò poche ore dopo un ricco pasto, che gli causò mal di stomaco e vomito. Infatti fra le pietanze consumate vi anche il piatto preferito del sovrano: i funghi. Da subito si pensò ad un omicidio. Gli storici puntarono il dito contro la quarta ed ultima moglie dell'imperatore, Agrippina minore (che era anche sua nipote), che voleva assicurare il trono al figlio Nerone al posto di Britannico. Sembrerebbe che, per ordine di Agrippina, Locusta, una schiava altamente qualificata nell'arte della preparazione di intrugli con funghi velenosi, condì opportunamente il piatto di funghi preferito da Claudio. Locusta sicuramente è stata una delle prime avvelenatrici seriali della storia. Ma anche Senofonte, il medico di Claudio, non è esente da ogni sospetto. Infatti secondo altri storici sembra che inizialmente Claudio si sia salvato grazie ad una tempestiva diarrea. Tacito afferma che Senofonte, con l’aiuto di Agrippina, "ha introdotto in gola una piuma imbrattata di veleno mortale”. L'obiettivo era quello di provocare il vomito per favorire l’espulsione dei bocconi di funghi velenosi, ma il vero scopo era in questo caso quello di introdurre il veleno. Altra tesi venne formulata dal famoso medico dell’esercito romano Dioscoride (30-80 d. C.) che sosteneva che Claudio venne avvelenato da un piatto di Amanita caesarea condito però con il succo della A. phalloides. La prelibata pietanza gli sarebbe stata preparata dall’eunuco favorito dell’imperatore sempre su ordine di Agrippina e sempre per favorire l’ascesa al principato del proprio figlio Nerone.  

2)     Tutta la famiglia di Euripide.

Il famoso autore delle più importanti tragedie greche giunte fino a noi ha perso una delle sue mogli, suo figlio e le figlie per aver consumato un piatto di funghi velenosi. Una sera dell’anno 450 A.C. a Salamina in Grecia, l’oste Mnesarco, padre di Euripide, aveva mangiato i funghi preparati dal suo cuoco. Avevano partecipato al pasto la moglie del poeta tragico greco, Cleita e i loro figli. Li avevano mangiati con gusto così come avevano fatto tante altre volte senza notare però che qualcosa di diverso c’era in quei funghi in quanto vi erano esemplari di Amanita phalloides che dieci giorni dopo diedero loro la morte.

3)     Britannico, figlio dell'imperatore Claudio.

Secondo Tacito, Nerone è responsabile dell'avvelenamento di Britannico, utilizzando lo stesso metodo applicato a Claudio. Britannico, all'età di 14 anni, venne avvelenato con i funghi durante una cena a cui hanno partecipato sua sorella Claudia Octavia e la sua matrigna Agrippina.  

4)     Papa Clemente VII.

Il papa Clemente VII era un grande appassionato di funghi, un vero gourmet: sembra che avesse l'abitudine di mangiarne un piatto ogni giorno. Morì a Roma a 56 anni nel settembre 1534, a causa di un pasto a base di Amanita phalloides.

5)     San Carlo Borromeo e suo cugino Federico, arcivescovo di Milano. 

6)     Natalia Kirillnovna Naryshkina (1651-1694), seconda moglie e vedova dello zar Alessio e madre di Pietro I il Grande.

La zarina era ghiotta di funghi, infatti i suoi cuochi avevano l’ordine di non farli mai mancare durante i pranzi della famiglia reale, sia che avessero o meno ospiti, sia che fosse estate o inverno, sia che fossero usati come piatto o come contorno: nella tavola della zarina mai dovevano mancare i funghi. Anche in quel febbraio del 1694 la zarina aveva mangiato funghi, forse ne aveva mangiati così tanti che non sappiamo se morì di indigestione o se, come sembra più probabile, in mezzo ai funghi commestibili, ci fosse la tanto temuta Amanita phalloides che la fece morire.

7)     Lo zar di Russia Alex Mikhailovich.

Alex Mikhailovich morì dopo aver ingerito funghi nel 1676.

8)     Carlo VI d’Asburgo, del Sacro Romano Impero.

A Carlo Francesco Giuseppe Venceslao Baldassarre Giovanni Antonio Ignazio piaceva andare in giro per i boschi per raccogliere personalmente i funghi che poi mangiava e offriva ai suoi ospiti. Lo fece anche in quell’ottobre del 1740, ma probabilmente quel giorno raccolse e mangiò anche l’Amanita phalloides. Alla sua morte Carlo VI, non lasciò eredi maschi: per la sua successione si scatenò una lunga e sanguinosa guerra nota come Guerra di successione austriaca che coinvolse quasi tutti gli stati europei. Per questo tragico evento Voltaire scrisse in Memorie (1759): “Questo piatto di funghi cambiò il destino dell'Europa”.

9)     Buddha.

Nel 486 a.C., Buddha morì all'età di 80 anni avvelenato dopo aver mangiato un piatto di funghi. L'avvelenamento gli ha causò vomito, sanguinamento ed un grande dolore prima di spirare.

10) Il micologo tedesco Julius Schäffer (3 Giugno 1882 – 21 Ottobre 1944).

Nell’autunno del 1944, in piena seconda guerra mondiale, con la mancanza di generi alimentari, i funghi erano ricercatissimi. Schäffer e la moglie, impegnati in un seminario didattico con un gruppo di studenti: durante un’escursione micologica raccolsero una grande quantità di funghi appartenenti alla specie Paxillus involutus che purtroppo a quel tempo era considerato un fungo buon commestibile. Schäffer, nonostante avesse negli anni sviluppato una certa avversione per l'uso alimentare dei funghi, in quell’occasione preso dai morsi della fame, chiese alla moglie di prepararli per mangiarli a pranzo. Nel pomeriggio, si sentì male: vomito, diarrea e febbre sono stati i chiari sintomi di un avvelenamento da funghi. Purtroppo una serie di circostanze sfavorevoli causate dalla guerra, determinarono ritardi nelle terapie necessarie che gli risultarono fatali: Schäffer morì dopo diciassette giorni di sofferenza, il 21 Ottobre 1944. Sembra che Schäffer sia l'unico micologo dei tempi moderni noto per essere morto per aver consumato funghi velenosi.

11) Nicholas Evans, autore del romanzo ”L’uomo che sussurrava ai cavalli”.

Dopo una passeggiata nel bosco e conseguente raccolta di funghi, lo scrittore decide insieme alla famiglia di cucinarli. Per fortuna sono stati salvati in tempo, altrimenti oggi si parlerebbe di lui al passato.

12) Dagli avvelenati agli avvelenatori: Lucrezia Borgia.

Passata alla storia come “la signora dei veleni”, è tra le più importanti figure femminili del nostro Rinascimento ed è stata tra i personaggi che più hanno legato il loro nome ai veleni. La leggenda vuole che non si separasse mai da un anello concavo con cui metteva la sostanza mortale nella bevanda di chi voleva far fuori, oppure che era solita tenere un banchetto in onore della vittima designata alla quale faceva mangiare, tra le varie portate, funghi tossici.

Per maggiori approfondimenti sui funghi velenosi, consultate la pagina di tossicologia del nostro sito: http://www.micelia.it/tossicologia.


Vino che sa di tappo

È mai capitato di stappare una bottiglia e percepire un odore sgradevole, simile a quello della carta di giornale bagnata o di muffa o di cantina umida o di cane bagnato? In questo caso, raro ma purtroppo possibile, esclameremo: il vino sa di tappo. A causare questo problema è un fungo, invisibile ma presente nel sughero del tappo, che lo attacca attraverso i pori, vere e proprie porte di accesso alle lenticelle. Il fungo in questione è l’Armillaria mellea, noto ai più anche come “chiodino”. In questo caso il fungo può contagiare il sughero con effetti deleteri sulla bottiglia sfortunata. Nel malaugurato caso in cui il fungo si sviluppi in un tappo di sughero, si avrà la formazione di 2,4,6-tricloroanisolo (TCA), quale prodotto del metabolismo secondario, che conferirà al vino quella spiacevole sensazione repellente a cui andiamo incontro quando odoriamo un bicchiere di vino corrotto dal tappo. Il vino che sa di tappo si traduce in una bottiglia persa che è sola da buttare. Infatti non solo nel bicchiere non si diffonde quell’avvolgente profumo fruttato del vino ma uno spiacevole e acre odore, ma non potremo utilizzare neanche per cucinare perché potrebbe rovinare anche i piatti con il suo gusto aspro e cattivo. Mentre il tappo che sa di vino è tutta un’altra storia…


Nomi comuni dei tartufi 

Come per la maggior parte dei funghi epigei che hanno i loro nomi comuni, anche quelli ipogei vengono chiamati volgarmente con nomi diversi in base alle varie località di raccolta. Di seguito diamo una breve elencazione di questi nomi volgari, riferiti per il momento solamente alle nove specie di tartufi che si possono raccogliere e commercializzare nel nostro Paese.


La sporata di massa  

Un elemento che riveste una certa importanza soprattutto per la determinazione di alcune specie fungine e che, in ogni caso, spesso incanta, è la valutazione del colore della cosiddetta ‘sporata in massa’ (o ‘impronta sporale’). Si tratta della massa delle spore mature che il fungo rilascia nell’ambiente. In natura la si può osservare o sul terreno o sulla vegetazione situata sotto o sui cappelli dei funghi sottostanti [foto 1], ma anche sulle lamelle, sull’anello [foto 2] o addirittura sul gambo del fungo che sta sporulando (cioè in fase di rilascio delle spore in habitat). E se le singole spore saranno visibili solo al microscopio, a occhio nudo potrà essere notato solo il loro accumulo; ma, con una semplice tecnica, si riesce a produrre la sporata degli esemplari raccolti e quindi individuarne il colore dominante. E questo perché i nostri professori di micologia ci hanno sempre insegnato che uno dei primi elementi necessari alla determinazione dei funghi (Genere e/o Specie) è appunto quello di controllare la sporata di massa.

La modalità per produrre questa sporata è molto semplice:

·       si taglia il gambo del fungo,

·       si appoggia il cappello con l’imenoforo (per esempio le lamelle) verso il basso su un foglio di carta o cartoncino o, meglio, su un vetro trasparente (qualcuno adopera perfino un foglio di alluminio) [foto 3];

·       qualche volta, per facilitare la produzione delle spore può rendersi necessario coprire il cappello con un contenitore capovolto in modo da aumentare l’umidità,

·       dopo alcune ore o meglio il giorno dopo si potrà osservare, alzando il cappello, uno strato di spore ed il relativo colore [foto 4] e [foto 5].

È chiaro che le sporate si possono ottenere con qualsiasi tipo fungo ma riescono bene con quelli che hanno le lamelle. Inoltre, quando si avranno dei dubbi (o non si ha a disposizione un vetro trasparente o un foglio di allumino), è necessario utilizzare un foglio di carta o cartoncino per metà chiaro e per metà scuro in modo tale che se le spore in massa sono chiare risulteranno evidenti sul fondo scuro mentre quelle chiare saranno visibili sul fondo chiaro [foto 6]. Si possono distinguere cinque grandi gruppi di colore di polvere sporale rilasciata solo dai funghi maturi:

·       LEUCOSPOREI: il colore della sporata è bianco o appena un po’ colorata (o crema o giallino o comunque molto chiara);

·       RODOSPOREI: il colore della sporata è rosa o rosa-bruno;

·       OCROSPOREI: il colore della sporata è ocra, bruno scuro, bruno ruggine;

·       IANTINOSPOREI: il colore della sporata è bruno violaceo, bruno porpora;

·       MELANOSPOREI: il colore dalla sporata è nero.

Attenzione perché in natura alcuni funghi hanno le lamelle di un diverso colore della sporata.

Segue una tabella che enumera i principali Generi con la relativa impronta sporale [foto 7].

P.S. : Spesso molti “artisti” (micologi o non) hanno utilizzato le impronte sporali per realizzare alcune loro “creazioni”.


Ancora sulla sporulazione passiva dei funghi (parte 1)

Abbiamo già parlato sulle strategie per sporulare adottate da un gruppo di funghi che gli inglesi chiamano “Puffballs”. Ma a questo punto ci chiediamo: come faranno i tartufi (e sicuramente tutti gli altri funghi ipogei) a disperdere le spore nell’ambiente circostante visto che trascorrono tutta la loro esistenza sottoterra e praticamente non affiorano mai? Inoltre qualcuno si sarà sempre domandato se i cinghiali o i maiali inselvatichiti saranno un serio pericolo per le nostre tartufaie spontanee quando questi animali, girando indisturbati soli o in colonie per i nostri boschi, sono alla perenne caccia dei preziosi funghi. Anche se molti potranno storcere il naso, affermo con sicurezza che la presenza di un cinghiale rappresenta una vera e propria risorsa per la diffusione delle spore e di conseguenza dei tartufi. A ragion veduta, il cinghiale è considerato uno dei maggiori diffusori delle spore dei Tuber in genere. Infatti, una volta ingerito il “fungo ipogeo”, le spore vengono espulse sia tramite le loro feci (ricordiamoci che le spore non vengono digerite), sia attraverso i residui sul muso e sulle zampe. Pertanto la circolazione dei cinghiali per monti e boschi di casa nostra, se da un lato di sicuro ridurrà la produttività di una vecchia tartufaia (in quanto questi suini distruggono molti pianelli e molte stazioni di crescita vandalizzando le radichette delle piante simbionti e quindi del micelio), dall’altro farà in modo che si creino le condizioni affinchè se ne crei una nuova in modo tale che il ciclo della natura possa continuare in eterno senza interruzioni. Ma in natura i cinghiali non sono gli unici animali, oltre l’uomo, che ci cibano di questi funghi ipogei. Esistono in realtà altri esseri viventi (tassi, istrici, lumache, ghiri, topi di campagna, caprioli e molteplici insetti) che, attratti dall’odore che emanano i tartufi, si comportano di conseguenza anche loro da veri e propri veicoli propagatori delle spore che così disseminate possono, in condizioni ottimali, diffondere la specie.

(continua…)


Ancora sulla sporulazione passiva dei funghi (parte 2)

Ma in che modo i tartufi riescono ad attrarre questi animali spingendoli a nutrirsene facendo sì che le spore possano essere disseminate nell'ambiente (e questo per favorire la diffusione dei tartufi stessi)? Una interessante ricerca tutta italiana, effettuata nel 2014 utilizzando soprattutto il tartufo nero (Tuber melanosporum), ha scoperto che questi funghi contengono infatti in quantità elevate una 'molecola del piacere' simile alla sostanza che fornisce le sue proprietà psicoattive alla cannabis, spiegando in tal modo come gli animali sono così eccitati in prossimità di un ritrovamento di tartufi. Si tratta dell'anandamide, simile alla Thc, il cui nome deriva dalla parola sanscrita “ananda” e significa piacere estremo, beatitudine, estasi. Sembra che questa sostanza sia psicoattiva e non serve ad attirare l'animale da lontano ma ad appassionarlo a questo cibo. È noto che questo endocannabinoide è presente anche nel latte materno e serve per stimolare il neonato ad assumerlo. Pertanto il tartufo produce questa molecola per spingere gli animali a mangiarlo e poi per distribuire le sue spore principalmente attraverso le feci: è questo il meccanismo usato dai funghi ipogei per diffondersi nell'ambiente utilizzando la complicità degli animali che lo mangiano. Nell’antichità questa caratteristica del tartufo era nota grazie all’esperienza, infatti fin dal Medioevo già alcuni studiosi ritenevano il profumo di questo speciale fungo capace di indurre l’uomo in estasi. E vi sono inoltre dei riferimenti ancora più antichi che menzionano il potere afrodisiaco di questo alimento. Il tartufo è stato in realtà per secoli consumato dai ricchi come sono oggi consumate le patate e quindi i suoi effetti erano allora evidenti, mentre l’uso moderno come cibo aromatizzante ha fatto credere che le sue mirabolanti proprietà fossero un mito. Ma oggi, grazie alla scienza e alla tecnologia moderna, è stato svelato che la fama dei tartufi, oltre al loro odore e sapore unico, è sempre stata giustificata e continua a soddisfare i palati sia degli umani che degli animali.

Concludiamo dicendo dunque che i tartufi, per poter disperdere le loro spore, hanno bisogno di essere mangiati dagli animali: il loro intenso odore li attira, l'anandamide li soddisfa e il ciclo della natura continua in eterno e senza interruzioni.


Phallus indusiatus

Il Phallus indusiatus è un fungo tropicale abbastanza raro, bello ed elegante che viene considerato una prelibatezza da alcuni popoli, tanto che in Asia ha la fama di essere afrodisiaco. In Messico veniva usato dagli stregoni per i loro vaticini, mentre in Nuova
Guinea è considerato un fungo sacro. Questo video, tratto da https://www.focus.it/ambiente/natura/funghi-da-un-altro-pianeta-gallery?gimg=9#img9, lo fa vedere mentre si sviluppa.

Il fungo più famoso del mondo

È l’ Amanita muscaria il fungo più famoso del mondo. Ne abbiamo già parlato per le sue presunte proprietà moschicide. Ma come è noto, possiede proprietà psicotrope e causa una seria sindrome di intossicazione, conosciuta come Sindrome Panterinica (cfr. http://www.micelia.it/tossicologia ;).
Ma non tutti sanno che l’uomo ha conosciuto le sue “proprietà” in un passato molto lontano: infatti esistono manufatti e pitture murali che  testimoniano l’uso a scopo “voluttivo” di questa specie fungina.
Pertanto, se le peculiarità di questo micete erano conosciute sin dai tempi antichi, non ci possiamo meravigliare più di tanto che tale fungo venisse utilizzato per officiare riti magici o religiosi in tutto il mondo. Solo a titolo informativo, possiamo affermare che:  

  • Rappresentazioni di questo fungo sono state ritrovate in pitture rupestri nel deserto del Sahara risalenti al Paleolitico cioè 9000 – 7000 a. C.[Festi, F. (1985) Funghi Allucinogeni. Aspetti psicofisiologici e Storici. (Hallucinogenic mushrooms. Psychophysiological and historical aspects) LXXXVI (Publication No. 86) Museo Civico di Rovereto, Rovereto] - [Samorini, G. (1992) The oldest representations of hallucinogenic mushrooms in the world (Sahara desert, 9000-7000 B.P.). Integration Journal of Mind-Moving Plants Culture 2/3: 69-78].
  • Il fatto che le renne di Babbo Natale possano volare, deriverebbe dell'uso di A. muscaria da parte del popolo Sami [BBC Studios, Magic mushrooms & Reindeer - Weird Nature - BBC animals . URL consultato il 23 dicembre 2018].
  • Gli studiosi e scienziati, nonché etnomicologi, Richard EvansSchultes e Albert Hofmann riferiscono di un rito di bere l'urina: si usava bere l'urina di chi avesse mangiato il fungo, addirittura anche per cinque o sei passaggi; tutto questo perché ad ogni passaggio si elimina parte delle sostanze tossiche in esso contenute conservando i principi psichedelici e mantenendo invariate le proprietà psicotrope.
  • Solo in tempi recenti in Siberia l’uso di assumere l’ A. muscaria è stato sostituito dal consumo della vodka [Francesco Festi, Funghi allucinogeni. Aspetti psicofisiologici e storici, Rovereto, Manfrini, 1985, ISBN 88-7024-314- 1 ].
  • Sempre in tempi recenti, i pescatori di salmone clandestini scozzesi, con lo scopo di avere maggiore resistenza, bevevano una bibita a base di A. muscaria e whisky, conosciuta col nome di “ Cathy ” (usanza forse in uso ancora oggi) in onore dell’imperatrice Caterina di Russia, a sua volta rande estimatrice di questa bevanda.
Queste sono solo una piccola parte riguardante le nostre conoscenze su come questo fungo è stato utilizzato, in qualunque epoca storica, da parte delle numerose popolazioni del nostro pianeta. Per maggiori approfondimenti e testimonianze sui numerosi utilizzi dell’ A. muscaria , vi consigliamo di consultare i seguenti siti web e relativi articoli: Possiamo concludere questo breve, non esauriente ma intenso articolo affermando che l’ A. muscaria è stata la prima in assoluto ad essere stata utilizzata, per le sue proprietà, tra tutte le piante e tutti i funghi psicoattivi che sono stati assunti dall’uomo.

Paese che vai, tartufo che trovi

Nel mondo le specie di Tartufi (solo quelli appartenenti al Genere Tuber) sono 63, in Italia ne sono presenti 23, ma solo 9 di esse sono considerate, in base alla Legislazione italiana vigente, commestibili e solo 6 le più comunemente commercializzate. Le altre specie di Tuber, pur essendo alcune commestibili, sono considerate di scarso o nessun interesse in quanto caratterizzate da proprietà organolettiche non apprezzabili in cucina, altre ancora sono anche lievemente tossiche. Di seguito vengono elencate, naturalmente in modo non esaustivo, le specie di tartufi presenti nei cinque continenti del nostro pianeta.


Avete mai trovato dei funghi nei vasi in casa vostra?

Forse non lo sapete ma i funghi crescono anche nei luoghi più insoliti. In effetti li andiamo a cercare nei boschi o nei prati ma, alcune volte, trovano le condizioni ideali per crescere negli ambienti domestici. Ad esempio spesso li troviamo nelle nostre case nei vasi di piante da appartamento, lì dove il terreno è solitamente più umido e ricco di sostanze nutrienti perché periodicamente annaffiato e concimato. Il Leucocoprinus cretaceus è uno di questi: si tratta di una specie tipica delle zone tropicali dove cresce negli habitat naturali e, per il bel colore bianco candido ed il caratteristico ambiente di crescita, attira immediatamente la nostra attenzione.  In Italia questa specie si può osservare nelle serre o nelle abitazioni all’interno dei vasi da fiori (di importazione) in quanto si tratta generalmente di specie alloctona cioè introdotta casualmente o volutamente (in genere dall’uomo) in un ambiente diverso da quello originario. 

Il reuccio degli Italiani 

Abbiamo già detto che i porcini sono i funghi più apprezzati dagli italiani. Ma tra i quattro porcini presenti nello Stivale (Boletus aestivalis, B. aereus, B. pinophilus e B. edulis) quali di questi è il più “amato” a livello nazionale? La risposta sorge spontanea: è il Boletus edulis il boleto più ricercato ed apprezzato in Italia, anzi è certamente il fungo più conosciuto e raccolto, ma anche commercializzato, tra quelli spontanei commestibili. Conosciuto come “porcino, boleto, brisa”, e con numerosi nomi dialettali diversi di zona in zona, è ampiamente venduta (e naturalmente comprata) fresca, essiccata e surgelata, naturalmente insieme alle altre tre specie di porcini sue “consorelle”. Il B. edulis, fungo diffusissimo, è pertanto il porcino per eccellenza per noi italiani, con un grande valore commerciale, mentre in molte nazioni europee viene regolarmente ignorato, anzi in passato in questi Paesi è stato considerato addirittura un fungo infestante e se lo raccolgono lo fanno solo per scopi commerciali: per loro è il classico fungo da “esportazione”, diventando così fonte di sostentamento integrativo. Cinesi, russi o bulgari (e tutti i Paesi dell’Est Europa), ma anche svizzeri, austriaci e francesi, sono quelli che considerano poco il B. edulis: infatti non di rado si trovano gruppetti di porcini ai lati delle strade che nessuno raccoglie, segno che questa specie fungina non viene apprezzata quanto da noi italiani.

Il “nero”

È conosciuto come porcino nero o bronzino o testanera, mentre in Sicilia viene chiamato “lardaru”, “porcinu”, “func’i siddu” e con tanti altri nomi secondo le varie zone di raccolta. Si tratta di una specie tipica degli ambienti termofili collinari e mediterranei, dove cresce abbondante a seguito di piogge e con temperature medie che generalmente rimangono miti. Tra i 4 porcini del Genere Boletus Gruppo Edules (Boletus aestivalis, B. aereus, B. pinophilus e B. edulis) è quello che possiede un profumo più intenso e deciso, molto grato ed aromatico, specialmente dopo cottura. È un eccellente commestibile (può essere consumato crudo) ed è adatto all'essiccazione, naturalmente dopo essere stato tagliato a fette. Inoltre le sue carni, da secche, rimangono bianchissime. Considerato che la consistenza della carne è probabilmente la più soda tra tutti i porcini, si presta molto bene alla conservazione sia congelato che sott'olio. A detta di molti estimatori, gli esemplari più maturi sembrerebbero essere più saporiti.

Home, sweet home  

Alcuni studi fatti nella selva di S. Rossore (Toscana) hanno evidenziato la presenza del Keroplatus tipuloides (dittero micetofilide) solo in prossimità di carpofori di Fomes fomentariusSi è così appurato che lo svernamento (cioè il superamento della stagione invernale) di questo insetto avviene allo stato di uovo che viene deposto verso la fine del mese di Ottobre sulla o in prossimità della superficie inferiore del Fomes omentarius. Verso la metà del mese di Marzo, alla schiusura delle uova, si è notato che le larve fuoriuscite si alimentano quasi esclusivamente delle spore di questo fungo lignicolo mediante dei filamenti sui quali le spore rimangono intrappolate ed è stato appurato che l’insetto compie fino a quattro generazioni l’anno. Gli adulti hanno abitudini crepuscolari e vengono predati principalmente da Vespula germanicaPertanto, date le particolari abitudini alimentari, se vogliamo proteggere il Keroplatus tipuloides, in considerazione della sua rarità, si deve proteggere il Fomes fomentarius, limitando una sua eventuale raccolta.

Lo scorzone

Il Tuber aestivum o “scorzone” è certamente il tartufo più diffuso in Italia, ma alla pari di molti funghi epigei che spuntano in estate, non sfugge al triste destino di essere larvato. E se, dopo essere stato raccolto, non riusciamo ad eliminare la parte abitata dalle larve, non ci resta che sotterrarlo di nuovo in modo tale che possa sporulare per diffondere nell’ambiente la specie.

Ascomi con presenza della larva del dittero Suillia pallida Fallèn, 1820

Lo spione dei porcini: il segnabrise.

Come più volte riaffermato, l’Amanita muscaria è sicuramente la specie fungina più conosciuta tra la gente, sia per i suoi usi etnomicologici, sia perché nell’immaginario collettivo è la specie velenosa per antonomasia (da molti ritenuta ancora addirittura mortale e scambiata, per questo, per A. phalloides), sia per la sua pessima fama all’uso che ne è stato fatto nella simbologia fiabesca, fumettistica e cinematografica sia perché è stato il primo fungo per il quale si è provveduto ad isolare il principio tossico.

Ma nonostante questa pessima reputazione, l’A. muscaria è popolare tra molti cercatori di funghi (principalmente di porcini) anche per un altro motivo: secondo la tradizione popolare la sua presenza è strettamente associata non solo alle stesse località ma anche agli stessi periodi di crescita di Boletus edulis: infatti in alcune regioni italiane l’A. muscaria è nota con il nome volgare di segnabrise (dove brisa sta ad indicare il nome popolare utilizzato per identificare il porcino).

Inoltre alcuni studi di questi ultimi anni [Ian R. Hall, Wang Yun and Antonella Amicucci (2003). Cultivation of edible ectomycorrhizal mushrooms. Trends in Biotechnology 21(10):433-438.] hanno evidenziato una particolare ma ricorrente associazione micorrizica tra l’albero, l’A. muscaria e il Boletus edulis.

Potrà spiegare questo rapporto micorrizico “a tre” la stretta associazione segnalata tra queste due specie fungine?

La sopracitata tradizione popolare è possibile che abbia un fondamento scientifico?

A queste domande si può rispondere solamente dopo ulteriori studi e verifiche scientifiche.

I funghi più apprezzati dagli Italiani.

Da dati statistici rilevati in questi ultimi anni, risulta che i porcini (Boletus edulis, B. aestivalis, B. aereus, B. pinophilus) sono i funghi più ricercati, apprezzati e commercializzati nella nostra Nazione. Si stima che oltre il 90% del prodotto fresco di porcini venduti sui mercati ortofrutticoli nazionali, nonostante una buona produzione fungina annuale dei nostri boschi, è di importazione da altri paesi europei ed extraeuropei (per es. Africa e Cina) proprio grazie alla popolarità a livello sia tradizionale che gastronomico di queste specie fungine.

Ancora sulla bioluminescenza

Abbiamo parlato da poco di funghi bioluminescenti e di un fungo che ha la proprietà di emettere luce propria di notte (anche se tenue), cioè l’Omphalotus oleariusUn’altra specie fungina che possiede questa proprietà interessante e che è anch’essa molto comune, è l’Armillaria mellea, il noto “chiodino” o “famigliola buona”. Abbiamo pure detto che una teoria, tra le più accreditate, la luminescenza sarebbe da porre in relazione all’utilità che la specie fungina ne deriverebbe in campo riproduttivo: infatti la luce attira moscerini e insetti di vario tipo che contribuiscono alla dispersione delle spore. Invece secondo altri scienziati si tratterebbe semplicemente di un fenomeno di natura chimica, dovuto a particolari reazioni di tipo ossidativo che avvengono nelle cellule durante la respirazione. Oltre al carpoforo è luminescente anche il suo micelio che produce una luce di un intenso colore verdastro ben percettibile in una situazione di buio assoluto. Inoltre il micelio luminescente, penetrando nella corteccia degli alberi, rende il legno a sua volta fosforescente, amplificando l’effetto visivo della luminescenza producendo tra l’altro il cosiddetto fenomeno foxfire e forse il fuoco fatuo. Concludiamo con l’affermazione che tra le specie fungine più luminose, l’Armillaria mellea è quella più vastamente distribuita nel mondo.

Possono i funghi a brillare al buio?

Ebbene sì, addirittura la storia dei funghi bioluminescenti, cioè che brillano di notte, comincia addirittura tanti secoli fa.
Il primo a parlarne è stato filosofo greco Aristotele, che chiamava “fuoco freddo” la presenza di funghi luminescenti sulla corteccia di un albero. Anche l’autore latino Plinio il Vecchio ha documentato questo fenomeno. La bioluminescenza (o chemioluminescenza) però tra i funghi è piuttosto rara: solo 80 su circa 10 mila specie note di funghi presentano tale proprietà. Una delle specie fungine a noi abbastanza nota, che si illumina al buio, è l’Omphalotus olearius: grazie alla presenza di un enzima chiamato luciferasi (che converte l’energia chimica in energia luminosa), i singoli carpofori emettono una luce fosforescente di colore giallo-verdastro che diventa più intensa in corrispondenza delle lamelle. Secondo molti studiosi questa proprietà di emettere, in condizioni di scarsa illuminazione, dei riflessi luminescenti esercita una particolare forza attrattiva verso numerosi insetti (quali coleotteri, vespe e tante altre piccole creature) i quali, posandosi sulle lamelle, agiscono da veicolo di diffusione disperdendo le spore in altre parti del bosco favorendo in tal modo la fruttificazione di nuovi esemplari. Per questa caratteristica l’Omphalotus olearius, nei paesi anglosassoni, è conosciuta con la denominazione volgare di “Jack’ o’ Lantern” mentre nei paesi di lingua francese è noto col nome di “faux-clitocybe lumineux”.

Origini della denominazione di “Funcia di panicauru”.

In Sicilia con il nome di “funcia di panicauru” (in uso nel Trapanese e in alcune località dei Monti Nebrodi) o di “funcia di panicaudu” (in uso in alcune località del Palermitano) ci si riferisce esclusivamente al Pleurotus eryngii var. eryngii (cioè al cardoncello). Il termine “panicauru” deriva dal latino “fungus panis cardùs” (cioè “fungo del pane del cardo”). In seguito, forse per assonanza fonetica, la denominazione “panis cardùs” si trasforma in “panicardus” che divenne poi nell’evoluzione linguistica dialettale “panicauru”. Tale denominazione arriva in Sicilia con la dominazione romana del II secolo a. C. e rimane in uso fino al periodo Bizantino. Verrà dimenticata con la successiva dominazione musulmana, per ritornare definitamente, con l’arrivo del Normanni nell’XI secolo circa, prima trasformato in “pain cauld” e poi, nell’adattamento dialettale, rimodulato in “panicauru” o “panicaudu” (in italiano “pane caldo”) resistendo tali termini sino ad oggi.


Ötzi e il fungo dell’esca

Quattro pezzi di un fungo, identificati poi come “fungo dell’esca”, (nome comune del Fomes omentarius) sono stati rinvenuti in una sacca che portava con sè il famoso Ötzi, l'uomo preistorico di circa 5300 anni, ritrovato mummificato nel 1991 nelle Alpi Venoste su un ghiacciaio dei monti Similaun (BZ). Il Fomes fomentarius è infatti un fungo ben conosciuto dall’uomo preistorico che lo adoperava come esca per accendere il fuoco accostandolo, dopo averlo essiccato, alle scintille prodotte da una pietra focaia. Sicuramente e molto probabilmente lo utilizzava abbinato ad un acciarino anch'esso rinvenuto nella stessa sacca. L’uso di adoperarlo come esca per accendere il fuoco è durato per millenni. Infatti in epoche successive, dopo averlo ridotto in polvere, veniva mescolato al salnitro, cioè al nitrato di potassio (KNO₃) in modo tale da facilitarne l'accensione. Si precisa che il nome del Genere (dal latino Fomes = esca, alimento del fuoco) e l'epiteto specifico (sempre dal latino fomentarius = che fomenta cioè idoneo ad accendere il fuoco) fanno riferimento a questo antico utilizzo.

www.romanews-lasupervisione24.com
Kit di sopravvivenza https://www.penn.museum/sites/expedition/otzi-the-iceman/

La luna influenza la crescita dei funghi?

Nonostante siamo entrati ormai da diversi decenni in piena era tecnologica, c’è ancora un numero esorbitante di persone che continua a credere a certe credenze popolari: una di queste, antica ma ancora assai diffusa, afferma che la nascita dei funghi sia regolata dalle fasi lunari. Non ci credete? Andate a consultare quello che si dice su certi forum o addirittura su alcuni siti di associazioni micologiche! Il web ne è pieno. Anche a me è capitato di sentir dire più volte nei circoli, nei bar o tra alcuni gruppi di cercatori di funghi che: «i funghi crescono più abbondanti e più velocemente quando c’è la Luna giusta». Leggende o chiacchiere da bar ? 

Anzi tra una chiacchierata ed un’altra, apprendo, sempre dopo aver parlato con alcuni fungaioli anziani, che la "luna buona" è quella calante, mentre, discutendo con altri e dopo smentite fai da te, mi sento dire che la "luna buona" è quella crescente... 

Ed allora qual è la Luna giusta per poter trovare tanti funghi?

 Luna nuova o luna vecchia? 

Luna piena o calante?

Mezzo quarto a destra o sinistra?
Forse non lo capirò mai.
In base alla mia esperienza personale posso solo affermare che mi è capitato più volte di essere in una determinata zona e di non incontrare l'ombra di un fungo; mentre poi, spostandomi in un’altra zona molto vicina alla precedente, di reperirne in quantità. Eppure la luna era la medesima! La verità è che non esiste sino ad oggi alcuna prova scientifica su una correlazione fra le fasi lunari e la comparsa e crescita dei funghi, anzi posso affermare, sempre in base alla mia esperienza personale, che aspettative di cospicue raccolte previste in momenti di luna definita “favorevole”, sono state fortemente deluse da risultati decisamente molto al di sotto delle previsioni. Infatti quasi sempre, con una fase lunare favorevole e cattive condizioni climatiche e/o ambientali, ho potuto constatare una scarsa produzione dei funghi spontanei, mentre in condizioni climatiche ed ambientali particolarmente favorevoli la buttata dei funghi è stata sempre copiosa.  


Amanita muscaria, un moschicida ecologico?

Il nome ‘muscaria’ deriva dal latino ’muscarius‘, cioè pertinente, attinente alle mosche. L’origine di questo nome risale addirittura al tredicesimo secolo in quanto una usanza medievale prevedeva l’utilizzo di questo fungo prima per attirare le mosche poi per ucciderle: il fungo tagliato a pezzi veniva mescolato con latte con una aggiunta di un po' di zucchero e lo si lasciava macerare. Le mosche attirate dal latte lo bevono e vengono avvelenate. Ciò potrebbe avvenire grazie ad una sostanza tossica contenuta nel fungo: si tratta dell’acido ibotenico (agente allucinogeno per l’uomo) che è un insetticida naturale. Questo utilizzo dell’A. muscaria come moschicida è pervenuto inalterato sino ai giorni d’oggi. Infatti il micologo americano, laureatosi in scienze naturali alla Cornell University di Ithaca, George Francis Atkinson (Raisinville, 26 gennaio 1854 – Tacoma, 14 novembre 1918) descriveva puntualmente un processo di macerazione dell’A. muscaria per realizzare questo preparato diffusamente utilizzato per ammazzare le mosche. Prove eclatanti sperimentali effettuate in seguito hanno invece dimostrato che son poche le mosche che assumono tale preparato muoiono, mentre una alta percentuale di esse presenta evidenti disturbi del comportamento. Benchè le mosche appaiono morte, nella tipica posizione a zampe ripiegate e all’insù, in realtà vengono semplicemente narcotizzate dalle sostanze velenose contenute nell’Amanita muscaria e dopo un periodo di “riposo”, che varia da un’ora sino ad una giornata intera, si riprendono e volano via. Il fatto che le mosche si risvegliano e riprendono il volo sfugge generalmente all’osservazione. Per questo motivo nella credenza popolare si ritiene che l’agarico muscario, nome comune dell’A. muscaria, avveleni le mosche sino a ucciderle.


Capricci della natura: le forme teratologiche

A volte ci troviamo, durante le nostre passeggiate nei boschi, davanti a funghi aventi forme singolari, stranissime e indeterminabili.Queste forme irregolari e spesso aberranti vengono chiamate “teratologiche”. Dunque la teratologia è lo studio delle mostruosità congenite e delle anomalie morfologiche di un individuo o parti di esso intesi come deviazioni di forma dal tipo fondamentale di una specie. Il termine "Teratologia" proviene dal greco téras-teratos (= mostro) e dal suffisso greco antico loghía (dal molteplice significato di studio, trattazione, ecc.). Dopo un primo momento di disorientamento e perplessità e dopo aver guardato attentamente e più volte la forma anomala che abbiamo tra le mani, cerchiamo di capire di quale fungo si tratta e quali sono le cause che hanno generato tale anomalia, per poi renderci conto che si tratta di uno scherzo della natura. Inoltre questa tipologia di ritrovamento ci confonde le idee sempre di più in un settore che risulta essere di una certa complessità anche quando siamo davanti alla normalità. In Micologia la teratologia è abbastanza diffusa tra i funghi dove possiamo notare la divisione dicotomica del piede del ricettacolo, la fasciazione del piede, l’inversione dell'imenio, la fusione di due ricettacoli, la crescita con più cappelli, ecc. Si tratta pertanto di anomalie morfologiche accidentali e non rientranti in una normale e prevedibile gamma di variazioni. Ma proprio in micologia, agli occhi di tutti i micologi, queste stranezze non hanno niente di 'mostruoso': infatti poter reperire esemplari fungini con caratteri teratologici è sempre una occasione per apprezzare di più il meraviglioso mondo dei funghi.


Il meccanismo per la dispersione (passiva) delle spore nei funghi "superiori" 

I funghi, per assicurarsi la continuazione della specie, devono farlo attraverso la dispersione delle loro spore, che non è uguale per tutti i funghi. Infatti la natura si è sbizzarrita ad inventare sistemi vari, imprevedibili, impensabili e, in alcuni casi, addirittura straordinari e molto spettacolari, per esempio come avviene in quei funghi il cui imenoforo è racchiuso in una specie di corazza detta peridio (Generi Lycoperdon, Scleroderma, Calvatia, etc.). Questi funghi, chiamati genericamente Gastromiceti, sono dei Basidiomiceti ad imenoforo interno e non risultano essere in grado di attuare meccanismi di dispersione attiva, ma bensì “passiva”, cioè tramite altri organismi o forze esterne. Infatti nei Gastromiceti, a maturità si apre un orifizio da cui fuoriescono “sbuffi” di polvere sporale causati dal vento, dalla pioggia o da altri eventi esterni. Milioni le spore che saranno diffuse dal fungo adulto ininterrottamente per diversi giorni.

In questo breve video, la fuoriuscita delle spore è provocata dall’intervento dell’uomo in modo tale da poter vedere bene e meglio quello che in natura avviene con una maggiore lentezza.

Come abbiamo visto nel brevissimo video, le spore vengono espulse e diffuse dal fungo adulto, grazie all’azione di eventi esterni quali gli urti, utilizzando infine come mezzo di trasporto soprattutto il vento. Addirittura nel Genere Calvatia, lo sporoforo di questi funghi si “scoperchia” totalmente tramite graduale ed ampia rottura e disgregazione dell'intero peridio in modo tale che tutte le sue spore possano essere disperse esclusivamente grazie all’azione del vento, senza aspettare né l’aiuto della pioggia nè l’azione di urti occasionali e  quindi non tramite la classica fuoriuscita a "sbuffi" attraverso un piccolo e stretto orifizio (stoma) apicale come avviene, ad esempio, nel video, tipico delle specie appartenenti al Genere Lycoperdon. Dopo la liberazione delle spore, il carpoforo assume la forma di una coppa o ciotola e può rimanere nei prati per lunghissimo tempo.